La solitudine è una parola che pesa. Non è solo l’assenza di qualcuno, ma un vuoto che si allarga e diventa silenzio, un confine invisibile che separa dalla vita. Tutti, almeno una volta, l’abbiamo sfiorata. Ma quando la solitudine non nasce da una scelta, bensì da un’ingiustizia, da una fuga, da una perdita, allora diventa una ferita. E quando colpisce chi è più fragile, chi è bambino, chi scappa da una guerra o da un villaggio raso al suolo, quella ferita diventa un pericolo.
È qui che l’aiuto assume un valore nuovo. L’aiuto non è carità: è presenza, protezione, la mano che ricuce il filo spezzato della vita. È l’essenza stessa della Vita Indipendente: nessuno può essere indipendente se è lasciato da solo. In Europa lo difendiamo come un diritto umano, ma la sua verità più profonda la si comprende davvero solo quando ci si trova in luoghi in cui l’assenza di aiuto coincide con l’assenza di ogni altra possibilità di scelta.
Con questo spirito è nato il Progetto “Joy is a Right”, spinto dalla convinzione che la gioia non sia un lusso, né un dono per pochi, ma un diritto umano fondamentale. Un diritto che troppo spesso viene negato proprio a chi avrebbe più bisogno di sperimentarlo. Questo progetto ci ha portati lontano da casa, là dove la fragilità infantile incontra l’abbandono, la povertà, la violenza e la fuga. Non siamo partiti per portare soluzioni preconfezionate, ma per ascoltare, conoscere, condividere e, soprattutto, per imparare.
E il luogo che più di tutti ha dato un senso al nostro viaggio è stato Baan Unrak, il cui nome significa “Casa della Gioia”. Fondata oltre trentacinque anni fa da Donata Dolci, conosciuta come Didi, Baan Unrak è molto più di una struttura: è una comunità viva, che accoglie bambini birmani scappati dalla guerra, vittime di traffico, orfani, piccoli senza documenti e senza nazionalità, giovani con disabilità che nei loro villaggi non avevano alcun riconoscimento. Qui non trovano un istituto, ma una casa.
La comunità include vari programmi di sostegno scolastico, lavorativo e medico. Ci sono diversi laboratori, tra cui uno dedicato alla tessitura, progetti rivolti alle famiglie e molteplici attività quotidiane di yoga, meditazione, danza e musica. C’è una fattoria con coltivazioni che consentono la produzione di beni da vendere o da consumare e c’è addirittura un centro che accoglie e cura animali. Tutto è orientato verso una pedagogia della dignità e dell’autonomia. Ogni bambino cresce immerso in un ecosistema di cura che sorprendentemente richiama, passo dopo passo, i principi della Vita Indipendente: non sostituirsi alla persona, ma accompagnarla affinché possa costruire la propria storia.
L’incontro con Didi è stato uno dei momenti più intensi del viaggio. Con lucidità e dolcezza ci ha raccontato le origini di Baan Unrak, le difficoltà iniziali, le battaglie per ottenere i documenti dei bambini, le strategie per difenderli dai trafficanti, il lavoro con le comunità di montagna, la forza delle madri single che trovano qui un rifugio. Camminare accanto a lei tra le case e le attività della comunità è stato un viaggio nel viaggio: un modo per comprendere come la gioia – quella vera – possa essere costruita anche dentro le crepe del mondo.























































